Forza Giuan l’idea non morta

20 Maggio 2024

[Gianni Loy]

Venne maggio e fu speranza cantava Ivan Della Mea nei dintorni del ’68. In Francia gli studenti e gli operai urlavano nelle piazze che non era che l’inizio.

In Italia nasceva, grazie alle lotte degli operai, l’espressione: “autunno caldo”. Era una rivoluzione epocale, nata sui germi sparsi dal Concilio di Giovanni XXIII, dai moti studenteschi propagatisi dall’università di Barkley, dalle imponenti manifestazioni contro l’invasione del Vietnam. I lavoratori italiani abbattevano, per via contrattuale, i recinti nei quali erano stati rinchiusi dagli effetti della guerra fredda e dalla cultura paternalistica del liberalismo nostrano.

Riprendevano a guardarsi negli occhi e scoprivano che prima ancora di essere divisi dalla loro fede cattolica o comunista, erano uguali per la pesante condizione operaia che condividevano, che la tradizionale distinzione tra operai ed impiegati non aveva più senso. Testimoniavano uguaglianza e chiedevano dignità e rispetto. Quella dignità che i padri di una straordinaria Costituzione democratica avevano solennemente affermato nel 1948 e che ancora attendeva una coerente attuazione. Era tempo di dar corpo all’art. 3 che vuole “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica o sociale del paese”.

Così, sulla spinta della potente rivendicazione operaia, prese l’avvio il processo legislativo che avrebbe portato all’approvazione dello Statuto dei lavoratori. Fu Giacomo Brodolini, appassionato socialista, allora ministro del lavoro, a far approvare il progetto dal Consiglio dei ministri. Lui che, senza infingimenti, rivendicava con orgoglio di stare sempre dalla parte dei lavoratori. Fu padre generoso, ma non poté assistere al parto della creatura perché stroncato dalla malattia prima nell’estate del 1969.

Gino Giugni, dai più conosciuto come il padre dello Statuto dei lavoratori, non si sentirà sminuito per questo ricordo. Del resto ha molti padri, questa legge: i milioni di lavoratori e lavoratrici che, anche inconsapevolmente, l’hanno resa possibile. Per questo porta il loro nome: Statuto dei lavoratori! Ed è finalmente arrivata, il 20 maggio di tanti anni fa. Ed è giusto che sia arrivata di primavera, nella stagione della speranza, nel mese delle rose e della madonna. Un salto di civiltà che tutto il mondo ci ha invidiato, una legge che è stata modello per tanti altri paesi e della quale dobbiamo andar fieri.

Occorrerebbe ricordare le penose e talora avvilenti condizioni di lavoro prima esistenti, ricordare che con lo Statuto dei lavoratori, grazie ad una entusiasmante crescita economica, il paese ha raggiunto il V posto tra i paesi più industrializzati del mondo. C’è, tuttavia, chi addebita allo Statuto un ruolo di freno, chi invoca il ritorno al più bieco liberismo, senza spiegare perché, in alcune regione del nord, persino in una fase di recessione come questa, la legge non impedisca un regime di piena occupazione.

Ma oggi, nel ricordare questo anniversario, non curiamoci di loro, è urgente guardare avanti, perché il nuovo precariato, l’abuso di flessibilità, i salari corti, il lavoro nero, le umiliazioni troppo spesso richieste per ottenere un lavoro, offendono ancora una volta la dignità degli uomini e delle donne, giovani o anziane che siano.

“Forza Giuan – per dirla ancora con Della Mea – l’idea non è morta!” Ed anche la firma dei referendum abrogativi per restituire più dignità al lavoro, può esser l’occasione per riprendere la lotta.

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