Sul suicidio medicalmente assistito
2 Aprile 2025[Graziano Pintori]
Huib Drion, giudice olandese, negli anni ’90 scriveva: “Dopo i settantacinque anni le persone dovrebbero avere la possibilità di porre fine alla propria vita, non in modo traumatico ma inghiottendo due pillole, la prima preparatoria non letale, la seconda, salvo eventuali ripensamenti, letale”.
Nessun paese ha adottato il metodo Drion, anche perché nelle persone anziane, e non, il suicidio potrebbe essere un atto liberatorio da una vita di stenti e sofferenze, causati da una condizione socioeconomica molto misera. In questi casi il suicidio sarebbe una scelta non libera ma condizionata da un sistema sociale escludente. Ciò non toglie, però, che il suicidio può essere un diritto per tutti quegli esseri umani aggrediti da malattie gravi, irreversibili che causano dolori fisici e psicologici, da cui solo la morte può liberarle dalla sofferenza e dalla dipendenza da altri.
Persone sofferenti, alle quali chiedi “come va?”, ti rispondono “meglio di ieri, un giorno di sofferenza in meno da vivere”. Perché, mi chiedo, dinanzi a certi casi estremi di sofferenza inutile, che siano vecchi o giovani, negare le pillole di Drion? Ossia, perché negare il suicidio assistito rispondendo che la vita è un dono, perciò sacra e come tale deve essere vissuta fino all’ultimo respiro, a prescindere dalla cattiva sorte? La vita, giratela come volete, non per tutti è sacra come intendono i credenti, soprattutto quando essa è imprigionata in un corpo in disfacimento e chiede di non essere impedita di “saltare fuori da un edificio marcio e in rovina” (Seneca).
Chi fa richiesta di suicidio assistito non chiede il passaporto per un viaggio di piacere con andata e ritorno, ma si tratta di un viaggio infinito, eterno: senza ritorno! Richieste che sono frutto di profonde riflessioni sul fine vita, quindi non facili da presentare. Come facile non è il rilascio del “lasciapassare” verso il paradiso o l’ignoto, o, se si preferisce, verso il buio perenne, essendo contemplati quattro requisiti indispensabili: malattia terminale; sofferenza insopportabile; dipendenza esterne per le cure; piena capacità di volere. Condizioni in cui tutti/e possiamo ritrovarci e sentire la necessità di decidere di fare una scelta indispensabilmente individuale, libera e autonoma.
La legge sul “suicidio medicalmente assistito” è stata proposta dall’Associazione “Luca Coscioni”, accolta dalla Corte costituzionale in considerazione del caso Cappato – DJ Fabo. La legge fu inoltrata a tutte le regioni per definire ruoli, procedure e tempi del servizio sanitario, al fine di stabilire le condizioni e i modi di accesso alla morte medicalmente assistita. La regione Toscana è stata la prima ad assolvere questo importante quanto delicato e civile adempimento, smuovendo in questo modo le acque melmose non solo di certa ipocrisia, ma anche le burocrazie statali e regionali.
Una decisione che non ha evitato le reazioni di certa politica, che da un lato evita alla propria coscienza di farsi coinvolgere, almeno dal punto di vista umano, dagli effetti assurdi e devastanti dei conflitti in atto: deportazioni, campi di concentramento e genocidi (Gaza, Libia, Ucraina ecc.); mentre dall’altro lato, quella certa politica, manifesta motivi etici e religiosi sulla sacralità della vita, insidiata, nel caso in questione, dai demoni del suicidio medicalmente assistito.
Penso che questo genere d’ipocrisia appartenga a chi non possiede l’empatia necessaria per comprendere la sofferenza altrui, ovverosia di chi non può fuggire da “quell’edificio marcio e in rovina” dove si perde, a causa della malattia devastante, il senso del passato e soprattutto del futuro, perché si vive in un presente continuamente dominato dalla sofferenza.
Le persone, cui è negata la libertà di avvalersi del suicidio assistito, non mi stupirebbero più di tanto se trovassero le forze sufficienti e decidessero di ricorrere al suicidio autogestito scaraventandosi sotto un camion, buttandosi giù da un grattacielo, oppure sparandosi o impiccandosi. Si tratterebbe di una morte violenta, una tragedia inutile e di dolore ancora più profondo sia per il suicida, sia per chi ha nutrito affetto per quella vita. Una vita cui è stata negata la libertà di uscire da questo mondo in modo meno cruento e, soprattutto, con più dignità.
Gi stoici dicevano: “La morte è l’evento più importante della vita”